lunedì 11 novembre 2013

Cadbury…la fabbrica di cioccolato e di una vita migliore!


Cercavo qualcosa di interessante da visitare nei dintorni di Birmingham e mi sono imbattuta in Cadbury World.  La scusa è una divertente visita ad una fabbrica di cioccolato( e chi non vorrebbe seguire Willy Wonka e i suoi oompa loompa??), e ci si ritrova a fare un giro tra la storia del cioccolato, la creazione delle deliziose tavolette dairy milk che hanno ormai superato i 100 anni  di onorato servizio.
Si scende alla Stazione di Bournville e già ci si accorge dell'importanza della fabbrica nella comunità infatti la stazione è di colore viola(mentre tutte le altre della linea London Midland sono nere e verdi)


Si proseguendo la Purple Way( la via viola) che porta alla fabbrica.




 Ma quello che non ci si aspetta è di trovarsi di fronte ad uno dei migliori esempi di welfare mai realizzati.  Nel 1861 Cadbury decide di spostare la produzione di cioccolato  dalla sua  bottega del centro di Birmingham ad una zona rurale nel sud della città, lontana dalle convenzionali zone industriali. Qui, a Bournville, decide di costruire non solo la sua fabbrica ma anche un villaggio per i suoi dipendenti, il che comprende non solo gli alloggi ma anche piscina, campi da gioco(tennis, cricket, hockey), ospedale e soprattutto scuole sia per i dipendenti analfabeti che per i loro figli. Inoltre tutte le strutture potevano essere utilizzate non solo dai dipendenti della fabbrica di cioccolato, ma anche da tutta la comunità.







  






L’affetto che i dipendenti nutrivano per la famiglia Cadbury, si manifestò concretamente  quando in occasione delle nozze d’argento del proprietario della fabbrica i dipendenti( ormai di tutto il mondo) raccolsero i soldi per costruire Bournville Rest House, nel bel mezzo del Bournville Village Green.





Insomma il Signor Cadbury  è un antesignano del nostro Olivetti.
La fabbrica rimane tuttora attiva e funzionante (anche se nel 2007 è stata acquisita dal gruppo Kraft ndr), è circondata da verde e non sembra proprio di stare in una “fabbrica”.

Insomma già oltre un secolo fa era chiaro che il benessere dei lavoratori è la base per il fiorire dell’industria, ma purtroppo l’avidità del padrone continua a guidare le nostre economie.

martedì 5 novembre 2013

Le ragazze velate...

Il problema non me lo ero mai posto veramente, a Ferrara non se ne vedono molto spesso di ragazze con il chador, nè nella versione solo velo intorno al capo nè tantomeno nella versione integrale. Ma qui a Birmingham è una cosa abbastanza comune da vedere. Ragazze di cui si possono intravedere solo gli occhi circolano abitualmente per i corridoi dell'università e nessuno sembra farci caso.
Mettiamo subito in chiaro che io sono un'estremista della libertà, e finchè nessuno viene ferito o disturbato ognuno ha il diritto di vestirsi e girare come meglio crede: per me va bene tutto dalla minigonna ascellare (volgarmente detta giro passera) al Burka. Non ho potuto però fare a meno di pormi alcune domande.
Per prima cosa mi sono chiesta se il chador è una libera scelta di queste ragazze, e  secondo le mie osservazioni dovrebbe essere così. In fondo sono per tutta l'università dai laboratori alle biblioteche, e quindi evidentemente hanno accesso all'istruzione superiore.
Inoltre vanno anche in palestra per esempio a fare Zumba, dove la loro immagine castigata stride moltissimo con quella delle loro compagne in succintissimi top sportivi, con tanto di pancia di fuori.
L'unico posto in cui non le ho viste è il coro, magari è un caso oppure le ragazze velate non cantano.
Una di loro in mensa mi ha anche chiesto se poteva sedersi come me, ovviamente ho risposto di si, ma avrei avuto un milione di domande da farle, ma non le ho fatte per non offenderla e perché intimidita dal velo...
Mi è capitato di incontrarne una con il chador integrale in un corridoio poco frequentato del laboratorio. Le si vedevano solo gli occhi ed indossava il camice, proprio come me, aveva un blocco con gli appunti di laboratorio, proprio come me, e gli occhiali da miopia dovuta allo studio, proprio come me.
L'unica cosa che mi chiedo (considerando anche il rapporto fraterno e di amicizia che io ho con le mie colleghe) è: come mi sentirei a lavorare con una persona di cui non ho mai visto il volto, di cui non conosco l'espressione? Probabilmente rimarrebbe sempre un "velo" tra di noi....