Ho 35 anni anni e da 10 faccio ricerca, da 6 anni sono felicemente sposata. Sono una precaria universitaria, non mi è mai dispiaciuto troppo esserlo perché finché facevo il mio lavoro, finché seguivo i miei studenti e miei progetti del resto non mi importava molto, lo stipendio l'ho sempre ricevuto "quasi" tutti i mesi da 10 anni a questa parte. Ma adesso non posso più essere precaria perché grazie alla legge 240 del 2010 che prevede un limite alla precarietà senza prevedere dei percorsi di stabilizzazione, sono arrivata al tetto massimo di tempo da precaria universitaria. Così adesso io dopo 10 anni di onorata carriera scientifica documentata da numerose pubblicazioni, premi e riconoscimenti ho due scelte davanti o rinuncio alla scienza e vado fare un altro lavoro (ammesso e non concesso che lo trovi!) oppure me ne vado all'estero lasciando mio marito in Italia facendo i pendolari dell'amore, rinunciando alla mia casa e ai miei affetti. Questo è il paese in cui viviamo, così vengono trattati gli studiosi Italia.
Terry jungle Fever
my colorful life
lunedì 17 novembre 2014
lunedì 11 novembre 2013
Cadbury…la fabbrica di cioccolato e di una vita migliore!
Cercavo qualcosa di interessante da visitare nei dintorni di
Birmingham e mi sono imbattuta in Cadbury World. La scusa è una divertente visita ad una
fabbrica di cioccolato( e chi non vorrebbe seguire Willy Wonka e i suoi oompa
loompa??), e ci si ritrova a fare un giro tra la storia del cioccolato, la
creazione delle deliziose tavolette dairy milk che hanno ormai superato i 100
anni di onorato servizio.
Si scende alla Stazione di Bournville e già ci si accorge dell'importanza della fabbrica nella comunità infatti la stazione è di colore viola(mentre tutte le altre della linea London Midland sono nere e verdi)
Si proseguendo la Purple Way( la via viola) che porta alla fabbrica.
Ma quello che
non ci si aspetta è di trovarsi di fronte ad uno dei migliori esempi di welfare
mai realizzati. Nel 1861 Cadbury decide
di spostare la produzione di cioccolato
dalla sua bottega del centro di
Birmingham ad una zona rurale nel sud della città, lontana dalle convenzionali
zone industriali. Qui, a Bournville, decide di costruire non solo la sua
fabbrica ma anche un villaggio per i suoi dipendenti, il che comprende non solo
gli alloggi ma anche piscina, campi da gioco(tennis, cricket, hockey), ospedale
e soprattutto scuole sia per i dipendenti analfabeti che per i loro figli. Inoltre
tutte le strutture potevano essere utilizzate non solo dai dipendenti della
fabbrica di cioccolato, ma anche da tutta la comunità.
L’affetto che i dipendenti nutrivano per la famiglia Cadbury, si manifestò concretamente quando in occasione delle nozze d’argento del proprietario della fabbrica i dipendenti( ormai di tutto il mondo) raccolsero i soldi per costruire Bournville Rest House, nel bel mezzo del Bournville Village Green.
Insomma il Signor Cadbury è un antesignano del nostro Olivetti.
La fabbrica rimane tuttora attiva e funzionante (anche se nel
2007 è stata acquisita dal gruppo Kraft ndr), è circondata da verde e non sembra
proprio di stare in una “fabbrica”.
Insomma già oltre un secolo fa era chiaro che il benessere
dei lavoratori è la base per il fiorire dell’industria, ma purtroppo l’avidità
del padrone continua a guidare le nostre economie.
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martedì 5 novembre 2013
Le ragazze velate...
Il problema non me lo ero mai posto veramente, a Ferrara non se ne vedono molto spesso di ragazze con il chador, nè nella versione solo velo intorno al capo nè tantomeno nella versione integrale. Ma qui a Birmingham è una cosa abbastanza comune da vedere. Ragazze di cui si possono intravedere solo gli occhi circolano abitualmente per i corridoi dell'università e nessuno sembra farci caso.
Mettiamo subito in chiaro che io sono un'estremista della libertà, e finchè nessuno viene ferito o disturbato ognuno ha il diritto di vestirsi e girare come meglio crede: per me va bene tutto dalla minigonna ascellare (volgarmente detta giro passera) al Burka. Non ho potuto però fare a meno di pormi alcune domande.
Per prima cosa mi sono chiesta se il chador è una libera scelta di queste ragazze, e secondo le mie osservazioni dovrebbe essere così. In fondo sono per tutta l'università dai laboratori alle biblioteche, e quindi evidentemente hanno accesso all'istruzione superiore.
Inoltre vanno anche in palestra per esempio a fare Zumba, dove la loro immagine castigata stride moltissimo con quella delle loro compagne in succintissimi top sportivi, con tanto di pancia di fuori.
L'unico posto in cui non le ho viste è il coro, magari è un caso oppure le ragazze velate non cantano.
Una di loro in mensa mi ha anche chiesto se poteva sedersi come me, ovviamente ho risposto di si, ma avrei avuto un milione di domande da farle, ma non le ho fatte per non offenderla e perché intimidita dal velo...
Mi è capitato di incontrarne una con il chador integrale in un corridoio poco frequentato del laboratorio. Le si vedevano solo gli occhi ed indossava il camice, proprio come me, aveva un blocco con gli appunti di laboratorio, proprio come me, e gli occhiali da miopia dovuta allo studio, proprio come me.
L'unica cosa che mi chiedo (considerando anche il rapporto fraterno e di amicizia che io ho con le mie colleghe) è: come mi sentirei a lavorare con una persona di cui non ho mai visto il volto, di cui non conosco l'espressione? Probabilmente rimarrebbe sempre un "velo" tra di noi....
Mettiamo subito in chiaro che io sono un'estremista della libertà, e finchè nessuno viene ferito o disturbato ognuno ha il diritto di vestirsi e girare come meglio crede: per me va bene tutto dalla minigonna ascellare (volgarmente detta giro passera) al Burka. Non ho potuto però fare a meno di pormi alcune domande.
Per prima cosa mi sono chiesta se il chador è una libera scelta di queste ragazze, e secondo le mie osservazioni dovrebbe essere così. In fondo sono per tutta l'università dai laboratori alle biblioteche, e quindi evidentemente hanno accesso all'istruzione superiore.
Inoltre vanno anche in palestra per esempio a fare Zumba, dove la loro immagine castigata stride moltissimo con quella delle loro compagne in succintissimi top sportivi, con tanto di pancia di fuori.
L'unico posto in cui non le ho viste è il coro, magari è un caso oppure le ragazze velate non cantano.
Una di loro in mensa mi ha anche chiesto se poteva sedersi come me, ovviamente ho risposto di si, ma avrei avuto un milione di domande da farle, ma non le ho fatte per non offenderla e perché intimidita dal velo...
Mi è capitato di incontrarne una con il chador integrale in un corridoio poco frequentato del laboratorio. Le si vedevano solo gli occhi ed indossava il camice, proprio come me, aveva un blocco con gli appunti di laboratorio, proprio come me, e gli occhiali da miopia dovuta allo studio, proprio come me.
L'unica cosa che mi chiedo (considerando anche il rapporto fraterno e di amicizia che io ho con le mie colleghe) è: come mi sentirei a lavorare con una persona di cui non ho mai visto il volto, di cui non conosco l'espressione? Probabilmente rimarrebbe sempre un "velo" tra di noi....
lunedì 28 ottobre 2013
Le borsette di Harrods
Le borse di Harrods tanto agogniate e sfoggiate dalle
italiane che sono state a Londra (o che hanno costretto qualcuno che è stato a
Londra ad acquistarle come souvenir) alle inglesi non interessano. In effetti, nei famosi magazzini di Brompton
Road al reparto souvenir, si sente parlare solo italiano: é un piccolo enclave
italico in cui si DEVE acquistare la propria prova provata del viaggio a
Londra.
Non fraintendetemi, non voglio certo negare di avere una
discreta collezione di borsette e oggetti targati Harrods, ma la sensazione che
ho è che sia l’unico reparto del famoso magazzino di Londra che gli italiani
frequentano in massa.
Invece non ho visto nessuna ragazza inglese con una borsa di
Harrods, né di quelle economiche di plastica né delle più sofisticate versioni
in pelle. Le ragazze britanniche preferiscono infatti le accessibile creazioni
di alcuni famosi designer di casa come la floreale Cath Kidston e l’assolutamente
british Ted Baker, che onestamente anche io considero più caratteristiche ed
originali. In più il reparto di Cath Kidston di Harrods è proprio accanto all’Harrods
Arcade….magari si può fare un salto…
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mercoledì 9 ottobre 2013
venerdì 27 settembre 2013
E se Majorana fosse stato donna.....
Considerando come attendibile la teoria di Leonardo Sciascia
(e non solo) che Ettore Majorana si sia volutamente nascosto dal mondo credo
che la storia avrebbe preso una piega diversa se il fisico siciliano fosse
stato una donna.
Mi spiego meglio.
Ettore Majorana, secondo la ricostruzione di Sciascia, si sarebbe
rifugiato in un monastero per sfuggire alla manipolazione che la politica e i
militari stavano facendo della fisica. Majorana aveva intuito l’avvicinarsi
della creazione della bomba atomica, che probabilmente era già fattibile nella
sua mente in tempi ancora più precoci, e non voleva essere lui stesso strumento
di bellici propositi. Scelta nobile? Non fino in fondo penso io. Infatti, Majorana
non aveva la pretesa di essere l’unico a poter “utilizzare” e comprendere la
fisica, ma sapeva perfettamente che prima o poi qualcuno dei suoi colleghi(Heisenberg
o Fermi) sarebbe
arrivato a progettare le armi sotto l’egida del progresso o della libertà . Di
fatto Majorana, quindi, non intendeva impedire la costruzione di armi ma
semplicemente non voleva esserne lui il mezzo.
Majorana sembrava essere spaventato da se stesso e da ciò
che vedeva chiaro nella sua mente, però non ha fatto nulla per impedire che
succedesse quello che lui sapeva sarebbe inevitabilmente successo. Il suo
carattere viene descritto come strano e solitario e restio a fare
“gruppo”. Questo suo essere strano e
chiuso penso sia in realtà normale per una persona molto intelligente, che
fatica ad aprirsi al mondo per la paura di essere ferito e di non essere
compreso. Ma se fosse stato, invece che un uomo, una donna? Avrebbe dovuto
superare se stessa la sua timidezza e faticare molto di più per accedere alla
conoscenza, non avrebbe potuto esimersi dal vivere in una comunità, magari a
trovare marito data l’epoca. E soprattutto consapevole di dove la scienza stava
portando l’umanità, avrebbe agito diversamente magari confrontandosi con i
colleghi cercando un modo per impedire quello che sarebbe inevitabilmente
successo. Perché una donna deve agire, a volte male a volte bene, ma
sicuramente non può stare a guardare.
mercoledì 18 settembre 2013
and i think to myself what a wonderful world
No, non sono un cervello in fuga, sono solo in trasferta in
Inghilterra alla University of Birmingham, per i prossimi tre mesi.
Sono qui da tre settimane, e già ho potuto cogliere alcune
“sottili” differenze tra l’Università Italiana e quella Inglese.
Innanzitutto anche se starò qui solo per 3 mesi, sono stata
fornita di tesserino di riconoscimento, indirizzo e-mail, password per il wifi,
scrivania e computer, inoltre il mio tesserino mi consente di accedere a tutti
i servizi riservati ai membri dello staff dell’Università(Palestra, mensa, ecc
ecc). In quanto postDoc, è possibile
trovarmi sul sito di ateneo, insomma è proprio come se avessi una “permanent
position” anche se solo per pochi mesi.
In Italia, nonostante il mio sia un contratto triennale,
ogni anni vengo “cancellata” dal sito di ateneo per poi essere reinserita, non
ho nulla che dimostri la mia “collaborazione” con l’Università se non le mie
ben 3 pagine di contratto, che comunque non posso portarmi sempre in borsa; in
più non ho diritto praticamente a niente perché fondamentalmente sono un
invisibile.
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Ubicazione:
Birmingham, West Midlands, Regno Unito
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